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Ripescare nell’immenso mare dell’indifferenza. Altrimenti ad annegare non saranno solo i corpi di chi sfida ogni partenza, ma l’anima di chi scruta e misura gli arrivi.

foto_locandina

Liberamente tratto dal testo “Distanze” di Gaia Spera Lipari

Drammaturgia e regia Emilio Genazzini
Interprete Francesca Tranfo
Disegno luci Emilio Genazzini
Tecnico luci Massimo Grippa
Scenografia Emilio Genazzini
Costumi Matilde Guiducci
Selezione musiche Francesca Tranfo
Creazioni slide e registrazioni vocali Daniele Lipari
Collaborazione drammaturgica Clelia Falletti
Collaborazione tecnica Vito Lipari
Foto Guido Laudani

 Si ringrazia per la collaborazione Song-Taaba Onlus

Il mondo onirico di un’audace tenente impegnata in missioni di salvataggio svela la partecipazione emotiva della protagonista nelle storie di vita dei profughi con i quali lei viene a contatto. Il suo immedesimarsi e la sua sensibilità è tale da far rivivere i mondi ancestrali e misteriosi di alcuni dei migranti che la tenente e il suo equipaggio con tenacia hanno strappato al mare. La protagonista riceve una lettera da parte di una madre africana disperata per la mancanza di notizie relative ai suoi due figli, partiti lasciandosi alle spalle affetti e tradizioni ma anche fame e violenze con la speranza di trovare un “mondo migliore”. Una vita più umana e dignitosa da condividere, non appena gli eventi (e i venti) lo consentiranno, con i propri cari rimasti ad aspettarli tra speranza e dolore per una lontananza difficile da sobbarcarsi per tempo e distanza. Famiglie divise non da incomprensioni o rancori che appartengono a paesi più “civilizzati”, ma da guerre e lacerazioni più profonde e umilianti. Con gentile pacatezza e un senso di fiducia nella vita, che appartiene alle popolazioni africane e più in generale ai migranti di ogni terra, la lettera della madre palesa i poetici tramonti, le vivide albe del suo continente e l’amore per i due figli partiti di cui non ha più notizia. Questo scritto che giunge nelle mani della tenente, provoca una sua ulteriore presa di coscienza, si prende a cuore la ricerca dei due giovani dispersi e rafforza la sua determinazione a non lasciarsi scoraggiare a costo di intensificare i propri ritmi di vita. La narrazione, che scava e mette a confronto modalità di vita molto differenti, quelle dei rifugiati insieme alle problematiche della tenente, crea un’atmosfera ricca di colori, di ninna nanne africane e di musiche che appartengono al suo vissuto. Le elementari necessità del mondo africano e i pericoli dell’emigrazione sono prese come simbolo di tutte le difficoltà proprie dei popoli afflitti da povertà, guerre e calamità naturali. Affinché corpi, numeri e distanze non rimangano concetti vuoti di significato. L’apparato scenico ha tre nuclei distinti e intrecciati: a una estremità, la vita personale, quotidiana della tenente Anna Carsi, con la sua scrivania e il mappamondo, gli appunti e una lettera, i suoi interrogativi e alla fine la sua forza morale. All’estremità opposta, una piccola altura di tappeti e cuscini etnici: la vita quotidiana dell’Africa, con le sue atmosfere e le danze, le angosce e i desideri dei suoi abitanti. Al centro, il luogo del “Sogno”, delle danze e della poesia, dove fioriscono le immagini più forti. Sul pavimento, come un fiume argentato si svolge una stretta striscia di stoffa luccicante che forma un otto inglobando scrivania sogno e Africa: un mondo finito e infinito. Da una parte lo spettacolo, supportato da dati IDOS, mostra la tragedia dei migranti, ma a mano a mano si sposta a riguardare proprio gli ‘spettatori’, quasi costringendo ognuno a stanare da sé le cattive coscienze, le contraddizioni e le scissioni dell’anima.

VERSIONE LETTURA TEATRALIZZATA:

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